Dopo il tapering, il QE4

Lanciamo una provocazione. Se dopo tanto parlare di riduzione dell’acquisto di titoli da parte della Fed, si ritornasse sull’argomento QE?
Sembra un’ipotesi assai remota e prematura, ma prendiamo in considerazione alcuni aspetti che potrebbero far cambiare idea alla Banca Centrale.
Le conseguenze del tapering, cioè tassi di interesse di mercato più elevati, inseriti in un contesto di economia Usa ancora debole ed incerta, potrebbero far tornare la Fed sui propri passi e riconsiderare un ritorno alla fase di acquisto di bond.
Dal mese di maggio il solo parlare di riduzione dello stimolo ha innalzato i tassi sui mutui di un punto percentuale, da circa il 3,5% al 4,5%. Tale balzello ha spaventato sia i compratori di case sia gli stessi costruttori.
Vi sono almeno tre ragioni che fanno pensare ad un ritorno dei tassi verso livelli più bassi e ad un abbandono della politica di riduzione degli acquisti:
1- Il lato dell’offerta di treasuries che arriverà sul mercato nei prossimi mesi. La riduzione del deficit in corso, grazie ai tagli di spesa e innalzamento delle tasse, diminuirà l’offerta di bond sul mercato, con una media nei prossimi anni di circa 400-500 miliardi di dollari all’anno.
2- il ritmo di crescita degli Stati Uniti sta rallentando. Le previsioni per la crescita nel terzo trimestre (rilasciate ufficialmente il 30 ottobre), sono state abbassate dal 2,5% di agosto all’ 1,5% di settembre, livello pericolosamente vicino alla velocità di stallo per l’economia USA (1%). Una minor crescita si dovrebbe tradurre in una minore richiesta di finanziamenti da parte del settore privato e delle imprese, con il risultato di calmierare i tassi di interesse di mercato.
3- La terza ragione per supporre un livello futuro dei tassi più basso di quello attuale è il persistente calo del tasso di inflazione, in corso dalla metà del 2011.
Un’inflazione attuale più bassa, spinge al ribasso le aspettative future di inflazione, con un equivalente abbassamento della curva dei tassi di interesse. La spesa per consumi (PCE), molto seguita dalla Fed, si trova ben al di sotto del tasso soglia obiettivo della banca centrale (2%).
Il mandato della Banca include un obiettivo di piena occupazione, unitamente ad un obiettivo di bassa inflazione: entrambi i livelli attuali sono lontani da quelli prefissati e occorrerebbe mantenere l’attuale fase espansiva, anziché pensare al ritiro dello stimolo monetario.
Nel complesso l’idea di abbandonare il QE sarebbe molto buona, ma è il contesto in cui si andrà ad applicare che non è ancora idoneo. Un contesto di politiche fiscali ancora restrittive, una crescita USA e globale in rallentamento, e uno scenario inflazionistico inesistente, non sono certo compatibili con tassi di interesse in deciso aumento come quelli attuali.

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Independence day

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Il 4 Luglio prossimo si riunisce, come di consueto, il board della Banca Centrale Europea, nella giornata in cui, oltreoceano,  i mercati saranno chiusi per la nota festività.

Sarà un meeting probabilmente che segnerà la presa delle distanze tra Fed e BCE, non solo perché quel giorno sarà per noi lavorativo e per gli Stati Uniti no, ma perché con ogni probabilità Draghi rimarcherà come la exit strategy per l’Europa sia ancora molto distante, ponendo l’accento sull’inesistente inflazione, il nervosismo dei mercati e i persistenti rischi di downside.

Non solo il tono potrebbe confermarsi estremamente accomodante, ma sono probabili degli interventi verbali rivolti al mercato, al fine di calmierare i rendimenti della zona euro, dopo i recenti movimenti verso l’alto.

Le paure per l’inizio della manovra restrittiva da parte della Fed hanno infatti causato un’impennata dei rendimenti dei titoli governativi (e non solo) di tutta la zona euro e causato un generalizzato, anche se non drammatico, restringimento delle condizioni monetarie. Negli ultimi giorni, si è assistito a un parziale rientro verso la normalità, soprattutto per i rendimenti della periferia,  ma il campanello d’allarme oramai è suonato a Francoforte.

In generale, quello che verrà rimarcato sarà che la BCE e la Fed in questa fase hanno delle politiche monetarie che viaggiano su differenti binari, riaffermando che le direttive di politica monetaria rimarranno accomodanti per tutto il tempo necessario. Il messaggio che dovrà risuonare chiaro riguarda il livello dei rendimenti della zona euro, che dovrà rispecchiare la situazione economica, anche di ogni singolo stato, ma non deve essere influenzata da shock esterni.

I rendimenti dei governativi europei notoriamente non sono un target di politica monetaria, ma è ormai chiaro che erratiche turbolenze in questo ambito, potrebbero mettere a repentaglio gli obiettivi di politica monetaria, facendo riaffiorare le tensioni sulle condizioni di funding delle banche e a catena rischi al ribasso per le condizioni economiche e la stabilità dei prezzi.