Crescita dei salari e rialzo dei tassi

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L’attenzione dei mercati potrebbe presto concentrarsi sugli sviluppi che saranno la causa del rialzo dei tassi ufficiali negli Stati Uniti, prima di quanto attualmente previsto. Le banche centrali sono ora molto meno pessimistiche sul futuro dell’economia ed è aumentato lo scetticismo sulla possibilità di incrementare ulteriormente i loro bilanci. Unitamente ad una significativa discesa della disoccupazione, i primi segnali di un incremento dei salari hanno generato una crescente sensazione che il ciclo restrittivo dei tassi potrebbe arrivare prima di quanto sia attualmente prezzato dai mercati.

Il grafico mostra la relazione tra crescita dei salari e tasso di disoccupazione. Secondo alcuni economisti, pur essendo ancora in una fase in cui il tasso di disoccupazione è storicamente elevato, comincia farsi strada una pericolosa accelerazione del processo di incremento dei salari.

 Se il ritmo di recupero del ciclo economico negli Stati Uniti proseguisse, ed il processo di tapering continuasse al ritmo attuale, potrebbe non esserci la preannunciata pausa tra fine del piano di riacquisto di titoli e l’inizio del ciclo rialzista dei tassi.

Come si può notare dal grafico, si assiste ad una accelerazione del costo del lavoro in prossimità di un tasso di disoccupazione prossimo al 6%.

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Che influenze ha avuto un mercato del lavoro in miglioramento sulle politiche monetarie della FED? Il grafico mostra come gli interventi restrittivi di politica monetaria siano storicamente coincidenti con i minimi dei tassi di crescita dei salari. La FED tende a muoversi quando vede profilarsi un pericolo di aumento dell’inflazione da salari.

This time is different?

 

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Deflazione, cause e rimedi

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La lenta ma inesorabile spirale deflazionistica che sta avvolgendo l’Europa, trova una spiegazione nell’andamento del tasso di cambio dell’Euro. Naturalmente non è l’unica, ma il cambio inusitatamente forte aiuta a spiegare il fenomeno.
La causa è da ricercare nel comportamento delle banche centrali: l’aumento dell’attivo della BCE, dovuto ai corposi rimborsi delle operazioni di LTRO da una parte e la continua creazione di base monetaria (seppur in lenta diminuzione a causa del tapering) da parte della FED dall’altra, hanno contribuito all’attuale forza dell’euro sul biglietto verde. Ci vorrà presumibilmente tutto il 2014 per vedere esaurita la manovra di riassorbimento della liquidità da parte della Fed, e chissà quanto tempo e quali misure, ancora allo studio, da parte della BCE per tentare di porre un freno alla spirale deflazionistica. Sembra sempre più lontana l’ipotesi di intraprendere operazioni di riacquisto di ABS o di sospensione della sterilizzazione della liquidità derivante dalle operazioni di LTRO (a causa della ridotta duration dei titoli oggetto delle operazioni). Estrema ratio, non più osteggiata come in passato dalla componente germanica, risulterebbe essere il Quantitative Easing sul modello anglosassone. Addirittura un istituto tedesco di ricerca si spinge oltre, affermando come la BCE dovrebbe intraprendere al più presto un programma di QE da 65 miliardi di euro al mese, acquistando obbligazioni governative e non, dei paesi dell’eurozona, per combattere la deflazione.
Dunque qualcosa si sta muovendo, ed il famigerato QE potrebbe essere presto sdoganato anche in Europa.
Rimane comunque un nodo cruciale, che passa necessariamente attraverso il tasso di cambio. Tutte le misure che verranno poste in essere, dovranno necessariamente avere come obiettivo quello di indebolire l’euro contro le principali divise. Se proprio si vuole interrompere il ciclo deflattivo, si dovrà necessariamente agire sulla variabile cambio.
L’euro forte, potremmo magicamente scoprire, non è la conseguenza della discesa dei prezzi e dell’inflazione, ma potrebbe esserne la principale causa.