Il ritorno della supply-side economics

imagesSi parla in queste ore dell’introduzione degli sgravi fiscali per l’acquisto di auto e abitazioni, sulla falsariga delle ristrutturazioni edilizie. Non un semplice bonus come in passato, ma la possibilità di dedurre una parte del prezzo di acquisto dalla dichiarazione dei redditi, con la restituzione dello sconto fiscale nel corso di 5 o più anni.

Si tratta di una svolta epocale per l’Italia e contemporaneamente di un ritorno al passato: il modello applicato è quello della teoria macroeconomica della supply-side economics nata nei primi anni settanta dalle idee di Robert Mundell, molto di moda negli anni ottanta negli Stati Uniti, durante la cosiddetta Reaganomics, sotto la presidenza di Ronald Reagan.

Questa teoria enfatizza il ruolo dell’offerta (supply-side) nello stimolare la crescita economica, in contrapposizione alle teorie Keynesiane che si focalizzano sulla domanda aggregata di beni e servizi, la quale sostiene che è compito dello Stato intervenire con misure di sostegno alla domanda, qualora la domanda aggregata sia insufficiente a garantire il pieno impiego o comunque gli obiettivi di politica economica prestabiliti.

Di questi tempi, con gli stati ed i governi impegnati nel risanamento dei bilanci e nella riduzione della spesa pubblica, impossibilitati quindi ad agire sul lato della domanda, pare ovvio che si provi ad arrivare all’obiettivo di crescita economica (PIL) agendo sul lato dell’offerta. Il sostegno all’offerta deve avvenire, attraverso l’effetto incentivo di una minore tassazione. La minore tassazione, stimolando il risparmio e gli investimenti, stimolerebbe una maggiore crescita, capaci di far crescere le entrate (fiscali) nonostante la diminuzione delle aliquote. Inoltre la supply-side causerebbe effetti positivi sul tasso di inflazione grazie allo stimolo dell’offerta.

Una diminuzione delle imposte (secondo la curva di Laffer), incentiva gli individui a lavorare e produrre di più. L’effetto di una maggiore offerta di lavoro per effetto di una minore pressione fiscale, provoca un aumento delle entrate fiscali.

Esiste una critica all’applicazione di questa teoria: una minore imposizione fiscale fa aumentare il reddito disponibile a parità di lavoro (effetto reddito). E’ quindi possibile che a parità di reddito, la quantità offerta di lavoro diminuisca.

Nello specifico del caso italiano, il numero della forza lavoro in cerca di una prima occupazione o di un reingresso nel mondo del lavoro è molto più elevata (in proporzione) di coloro i quali sono già inseriti nel mondo lavorativo, pertanto i benefici di una tale politica andrebbero a quasi totale beneficio della nuova forza lavoro.

Una politica fiscale di tale portata, unitamente ad una politica monetaria ultra accomodante, porterebbe benefici allo stimolo della domanda interna ed alla crescita del prodotto interno.

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